Li avevano allontanati dalla classe. Il motivo era scritto in un verbale del consiglio di classe, e il verbale era chiaro. Avevano aggredito un insegnante di sostegno. Nessuno discute la gravità del gesto, e nessuno la discuteva allora. A me li hanno affidati per un progetto interno alla scuola.
Ho messo a disposizione delle ore in più e senza compenso economico, seguirli in sede mi sembrava il modo di non lasciarli soli con le loro colpe da espiare. Sulla carta erano ragazzi come tutti gli altri, senza certificazioni, senza piani personalizzati, senza nessuna sigla a spiegare qualcosa. Poi, ora dopo ora, sono arrivati i racconti.
Non li riporto. Appartengono a loro. Basti dire che dietro quelle storie familiari c’era un mondo difficile, e che l’aggressione, ascoltandole, ha cambiato peso. Non è diventata meno grave. È diventata leggibile.
Il vangelo di Matteo dice di Gesù che, vedendo le folle, ne sentì compassione perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore. Non dice che le giudicò colpevoli, dice che le vide. Il verbo è tutto qui. Prima di ogni correzione, di ogni sanzione, di ogni progetto, c’è il vedere.
Don Bosco, nel suo scritto sul sistema preventivo, aveva fissato tre parole che sono ancora la migliore pedagogia che conosca: ragione, religione, amorevolezza. Per i ragazzi di strada che accoglieva, l’amorevolezza veniva prima di tutto, perché chi non si sente amato non ascolta nemmeno la ragione. Don Bosco ripeteva spesso: “I giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati”. E don Milani, che amava i suoi ragazzi con una durezza che spesso si scambia per severità, diceva in fondo la stessa cosa. Una scuola che perde i suoi ragazzi più difficili non è più una scuola: “è come un ospedale che cura i sani e respinge i malati.”
Se nel post precedente raccontavo di compagni che vedono nel piano personalizzato un privilegio, questi ragazzi mostrano il rovescio. Esistono bisogni che nessun documento riconosce, e nessun timbro di aziende sanitarie locali garantisce l’attenzione che meriterebbero. Non è un argomento contro le certificazioni, che servono e che proteggono. È la prova che la giustizia di una scuola non può dipendere solo dalla carta.
I fratelli Dardenne, in Il ragazzo con la bicicletta, raccontano un ragazzino furioso, lasciato da un padre che non lo vuole. Intorno a lui gli adulti si agitano e lo giudicano, finché una donna decide di fermarsi. Il film non risolve nulla, si limita a mostrare che qualcuno, a un certo punto, c’è.
Truffaut chiude I quattrocento colpi con un fermo immagine. Il ragazzo, evaso dal riformatorio, arriva al mare e si volta verso di noi. Non c’è risposta, c’è solo uno sguardo. Quello sguardo, ogni volta che entro in una classe, mi chiede ancora se qualcuno ha deciso di vederlo.
CITAZIONI
- Mt 9,36 (CEI 2008): Gesù, vedendo le folle, ne sente compassione perché erano «stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore».
- Giovanni Bosco, Il sistema preventivo nella educazione della gioventù, Torino 1877. Le tre parole sono ragione, religione, amorevolezza.
- Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa.
- Il ragazzo con la bicicletta (Le Gamin au vélo), regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne, Belgio/Francia/Italia 2011, Grand Prix della giuria al Festival di Cannes 2011. Il protagonista è Cyril, interpretato da Thomas Doret, e la donna che lo accoglie è Samantha, interpretata da Cécile de France.
- I quattrocento colpi (Les Quatre Cents Coups), regia di François Truffaut, Francia 1959, premio per la miglior regia a Cannes 1959. Il protagonista è Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud). Il fermo immagine finale è sulla spiaggia. Nel film il ragazzo è in un centro di osservazione per minori.