Nella mia scuola i ragazzi restano sempre nella stessa aula e a muoversi sono i professori. Quando suona la campanella il rito dovrebbe essere semplice. Chi ha finito esce, chi deve cominciare entra. Spesso non succede. Il collega dell’ora che si chiude resta in cattedra, completa il discorso, ripete il compito per casa, sistema il registro elettronico, scambia due battute con la classe. Intanto io aspetto fuori.
Io, per carattere o per vizio contrario, preparo la lezione in modo da chiudere qualche minuto prima. I ragazzi rifiatano, io mi organizzo. Al suono della campanella sono già pronto per correre verso la classe successiva, e lì aspetto sempre fuori dalla porta. Due minuti, fino alla tolleranza massima di cinque minuti. Poi busso, apro, saluto il collega o la collega e resto sulla soglia. Ho fretta io, non lui, che ha tutto il tempo del mondo, cioè il mio.
Con i più maleducati entro, con quelli che si scusano lascio fare. Ho un’ora a settimana in quella classe, una sola, e nessuno deve sottrarmi un minuto di quell’incontro. Sarò terribile, ma sul tempo non transigo.
Non è pignoleria, è un effetto domino. Il ritardo di uno costringe un altro docente a fare il guardiano di una classe non sua, in attesa del titolare che non arriva, mentre in fondo al corridoio qualcuno aspetta me, e in un’altra aula un altro ancora. Il furto di cinque minuti diventa una tassa collettiva. E a pagarla sono spesso gli insegnanti di religione, perché si sa che la nostra è una materia che può aspettare, tanto è farlocca.
Seneca lo scriveva a Lucilio quasi duemila anni fa. «Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est» (Epistulae morales ad Lucilium, I, 3). Tradotto: «Tutto è degli altri, o Lucilio, soltanto il tempo è nostro.» Il tempo ci appartiene. Mai nessuno si permetterebbe di rubare cinque minuti a un compito in classe, tranne all’ora di religione. Evidentemente il tempo ha le sue ore principali.