GIORNO 17

Esce dalla classe con la borsa sotto il braccio e lo sguardo di chi ha perso una battaglia. È una collega supplente, brava, e mi dice sottovoce: «È impossibile fare lezione in questa classe». Ha ragione. Una ventina di ragazzi, ognuno per i fatti suoi. C’è chi esce senza chiedere, chi rientra senza bussare, chi si sdraia sul banco e chi si alza per girare senza sosta tra i banchi. Ragazzi di altre classi s’imbucano e all’appello svaniscono. Si parla sopra la voce di chi insegna e ci si insulta da un banco all’altro come se fossimo in uno stadio di calcio.

Questa non è vivacità e nemmeno ribellione. È maleducazione, e va chiamata col suo nome. Non c’è nessuna domanda d’aiuto nascosta, nessun grido da decifrare. Ai ragazzi degli adulti non importa nulla. L’unica richiesta, mai pronunciata né urlata ogni giorno, è che l’adulto si tolga di mezzo, che non sia d’intralcio, che li lasci ai loro scherzi e alla loro stupidità.

Per venti minuti, a muso duro, riesco a tenerli. Poi chiedo perché si comportano così e se fuori dal cancello sono altrettanto maleducati con chiunque. Un ripetente risponde senza alzare gli occhi: «Prof, non lo so che mi succede. Appena metto piede in classe è come se una rabbia s’impadronisse di me, così partecipo alle cazzate dei miei compagni senza pensarci. Mi annoio e la scuola non mi piace». Ma gli fa comodo, così non deve uscire a trovarsi un lavoro come alternativa. Alcuni si fanno bocciare apposta. La noia di cui parla, di cui ho già scritto, è il desiderio che non trova a cosa attaccarsi. E lo spiego alla classe con le parole di Leopardi. Ma ci si può annoiare a morte e restare in silenzio, senza disturbare, e lui lo sa. Poi il momento passa e la classe prova a riprende il suo caos, come se non fossi mai entrato. In questo caso l’essere maschio e affrontarli a muso duro, ha i suoi vantaggi.

Mi chiedo come vivano fuori dal cortile della scuola. Se al bar, in autobus, davanti a un vigile o a un vicino di casa si comportino allo stesso modo, o se questa spavalderia sia riservata a chi ha il dovere di sopportarla. Mi chiedo soprattutto come stiano in famiglia. Se a tavola ascoltino, se rispondano ai genitori con lo stesso tono che usano con noi, se qualcuno a casa abbia mai detto loro un “No” che sia rimasto un “No”. Non lo so e non pretendo di saperlo. So però che nessuno impara in classe ciò che non ha mai incontrato altrove, e che un insegnante non può sostituirsi ai genitori.

Al cinema va diversamente. In “To Sir, with Love” (in italiano “La scuola della violenza”), diretto da James Clavell nel 1967, Sidney Poitier insegna in una scuola difficile e violenta dell’East End di Londra e alla fine del percorso scolastico gli studenti gli dedicano una canzone, quella di Lulu, primo posto in America nel 1967: «È giunto il momento di chiudere i libri / Ci scambiamo gli ultimi sguardi / E mentre me ne vado, so che lascerò il mio migliore amico / Un amico che mi ha insegnato il bene dal male.»

Ma la vita vera conosce un’altra colonna sonora. School’s Out di Alice Cooper, dall’album del 1972, è l’inno di chi si ammazza di noia d’estate, con la scuola “fatta a pezzi” e senza presidi da prendere di mira. Dentro e fuori da scuola, solo noia.

La cronaca quotidiana inchioda questi ragazzi alla loro responsabilità. Nessun adulto è tenuto a farsi amare per insegnare, e nessun ragazzo ha il diritto di zittire chi gli insegna. La scuola non è un parco giochi e il professore non è un arredo. Il rispetto non si merita con la simpatia, si deve per principio.

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