All’ultimo banco c’è una ragazza con il cappuccio calato sugli occhi. Non disturba, non risponde, non chiede. Accanto a lei un compagno che fissa il vuoto con la dedizione di un monaco. Fanno di tutto per non essere visti, e ci riescono benissimo. Sono la maggioranza silenziosa di ogni classe, quella che nessun verbale registra e nessun collegio docenti discute.
Poi arriva il lunedì e ne ricostruisco la settimana dai loro volti. Il venerdì e il sabato sera si devastano. Alcol bevuto in fretta e senza gusto, notti in bianco, fine settimana trascorsi dietro le partite della Roma o della Lazio, nelle curve, dove si cerca un’appartenenza a costo di sfasciarsi la voce e qualcos’altro. Non c’è nulla di epico, nessuna ribellione. È un anestetico collettivo, preso con costanza per non sentire un vuoto che non sanno nominare. La domenica dormono, il lunedì sono presenti soltanto con il corpo.
Tempo fa, settemila insegnanti di religione cattolica si sono riuniti con il Papa, sotto il motto di san John Henry Newman, «Cor ad cor loquitur», il cuore parla al cuore. Leone XIV ha definito l’insegnamento un laboratorio di cultura e un’avventura necessaria. Bellissimo. Ma un cuore parla a un altro cuore solo se l’altro è disposto a farsi trovare, e questi ragazzi hanno imparato a nascondersi meglio di quanto noi sappiamo cercarli.
Somigliano al protagonista della canzone Il sottotenente di Enzo Jannacci. Figure trasparenti che attraversano i corridoi senza che nessuno colga la loro sofferenza. Sentono tutto troppo e non hanno parole per dirlo, così lo dicono con i bicchieri, con le urla allo stadio, con il silenzio sotto il cappuccio. Chi li chiama «ragazzi difficili» sbaglia. Sono ragazzi che hanno smesso di aspettarsi qualcosa dagli altri.
E noi, insegnanti di religione, che cosa facciamo per loro? Troppo spesso spieghiamo. Consegniamo contenuti a classi che dormono, ripetiamo il catechismo a chi ha bisogno di essere guardato in faccia. Il Papa ha parlato di un’affascinante avventura interiore, ma nessuna avventura comincia se prima nessuno ti chiama per nome. Forse la prima cosa da fare è la più modesta e la più scomoda. Accorgersi dell’ultimo banco, sapere chi ha dormito poco, restare un minuto in più quando suona la campanella. Poi, magari, parlare di Dio.