Alla mia ora, la quarta di un martedì qualunque, trovo un silenzio da bollettino medico. Nella lezione precedente, un collega ha restituito le verifiche. Una ragazza di sedici anni fissa il suo 4 come si fissa un referto. Poi le lacrime, i singhiozzi e la richiesta, urgente e solenne, di telefonare subito ai genitori. Subito, non stasera. Come se il voto fosse un incendio e la mamma i pompieri.
Il vicino di banco ha preso 3 e lo esibisce come una medaglia al valore. «Me ne frego!», esclama, e già pregusta gli applausi. Due reazioni opposte e una sola sostanza. Per l’una il 4 è la fine del mondo, per l’altro il 3 un trofeo, e in nessuno dei due casi è un’informazione su quanto si è studiato e su quanto resta da studiare. Io i voti non li do. Nella mia materia si valuta con un aggettivo, buono, distinto, ottimo, e già così qualcuno trova da ridire.
Il guaio è che questi ragazzi crescono senza un solo ostacolo sulla strada. Qualcuno li ha tolti prima che inciampassero, e ora l’inciampo viene vissuto come un’aggressione. Non sono abituati a faticare, a insistere, a perdere una partita e il giorno dopo tornare in campo. Per loro un brutto voto è un errore di sistema.
Io, lo confesso, sono molto preoccupato. Per il mio futuro. Tra vent’anni questi ragazzi dirigeranno reparti, uffici, ambulatori, cantieri. Immagino il primario che davanti a un esame sbagliato chiede di chiamare subito a casa. Immagino l’ingegnere che, a proposito del ponte crollato, dice «me ne frego». Il mondo è un mare di squali, e loro vi entrano già sanguinanti. Lì dentro nessuno telefona a mamma per trovare riparo.
Nel 1992 Penny Marshall diresse “Ragazze vincenti” (A League of Their Own), la storia di una squadra femminile di baseball. Tom Hanks, nei panni dell’allenatore Jimmy Dugan, grida a una giocatrice in lacrime: «Nel baseball non si piange!» Eccessivo, certo, ma tra un campo dove non si piange e uno dove nessuno può mai cadere, so quale scelgo.
Cadere non è il problema. Il problema è un giovanissimo a cui nessuno insegna i valori della fatica, del sacrificio e degli insuccessi. E che ci si rialza, stando in piedi di fronte alla vita. Nel 1997 i Chumbawamba fecero un inno da stadio del rialzarsi con Tubthumping, che arrivò al sesto posto negli Stati Uniti e fece ballare mezzo mondo: «Vengo buttato giù, ma mi rialzo / Non riuscirai a tenermi giù». Ci arriva anche il libro dei Proverbi, senza chitarre né ritornelli. Il giusto cade sette volte e si rialza (Pr 24,16).
Intanto mi tengo in forma. Quando finirò in corsia vorrei che chi mi opera avesse chiuso il liceo con la media del nove, dopo aver incassato un quattro e senza averci pianto sopra.