Tre ragazzi mi sono stati affidati dal consiglio di classe per una settimana perché puniti. Avevano aggredito un professore. Non una punizione da scontare a casa, ma un tempo da passare con me, a scuola, per riabilitarli. In quei giorni ho visto in tutti e tre un seme di bene e una spiccata abilità nell’aggiustare la verità a proprio vantaggio. Bravissimi, devo dire. Raccontano bugie con la stessa naturalezza con cui si allacciano le scarpe.
Poi sono tornati in classe e la realtà ha presentato il conto. Due di loro hanno rifatto gli stessi errori nel giro di pochissimo, alla vigilia del giorno in cui dovevano presentare ai compagni il lavoro di recupero. Hanno aggredito un’insegnante di sostegno. Si sono messi davanti a tutti con una faccia da sagrestia, recitando la parte di chi ha imparato la lezione, con una lucidità da attori consumati. Conosco le loro fatiche fuori dalla scuola, e so che l’ostinazione nel male è spesso la eco di un disagio che non sanno gestire. La loro recita però mi ha lasciato una stanchezza profonda. Avevo sottovalutato la capacità di prendere in giro gli adulti, e ho dovuto ricordarmi che l’educazione, senza la vernice romantica, è anche sconfitta e scoramento. «Abbiamo faticato e non abbiamo preso nulla» (Luca 5,5).
Il Vangelo chiede di perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22), e noi, da bravi ragionieri, ci mettiamo a fare i conti. Io sono sulla soglia della quattrocentonovantunesima, con la mano sulla maniglia. La tentazione è chiudere la porta a chi sbaglia apposta. Una giustizia che non perdona è crudele, un perdono che non cambia nessuno è complice, e un’educazione ridotta a sopportazione non è più educazione.
Poi, scrivendo, mi sono accorto di una dimenticanza grave. Avevo parlato di tre ragazzi e riversato tutta l’amarezza su due. Avevo cancellato il terzo. Non lo tiro fuori come un trofeo per salvare la faccia, lo cito per denunciare la mia cecità. Il male fa un rumore assordante e si prende tutto lo sguardo, il bene lavora in silenzio e non fa notizia. Quel ragazzo ha imparato dai suoi errori e ha fatto tesoro di quella settimana, e io stavo per dimenticarmene.
Don Lorenzo Milani diceva che non si possono amare «tutti» i ragazzi, ma solo «qualcuno». Non è un invito a escludere, è il realismo dell’Incarnazione. L’amore, per essere vero, ha un nome, un volto, una storia. Amare «tutti» significa troppo spesso non amare nessuno, e io mi ero fissato sul «tutti» fallimentare della classe, perdendo di vista il «qualcuno» in cui il seme aveva attecchito in silenzio.
Gli U2 chiudono “All That You Can’t Leave Behind”, l’album del 2000, con Grace, una canzone che Bono ha spiegato come il diritto di ricominciare e di liberarsi dal proprio passato: «Ciò che una volta era ferito / Ciò che ha lasciato il segno / Non punge più».
La grazia non funziona meglio della punizione. È una forza che precede chi ha sbagliato, e se posso guardare un ragazzo che fallisce apposta senza chiudergli la porta in faccia, è perché qualcuno ha guardato così me, molto prima.