Il primo volto che un ragazzo incontra entrando a scuola non è quello del dirigente e nemmeno il mio. È quello della collaboratrice all’ingresso. Lui arriva in ritardo, con la faccia di chi non ha dormito e lo zaino mezzo aperto, e lei non gli chiede il perché. Gli dice buongiorno come se fosse l’unico che aspettava. Il registro elettronico segnerà il ritardo, ma intanto qualcuno lo ha accolto.
Nei documenti sono personale ATA, nel linguaggio di una volta “bidelle”, e nei fatti sono la memoria vivente dell’istituto. Hanno visto passare generazioni. Sanno chi è figlio di chi, chi ha un fratello maggiore che faceva gli stessi scherzi, chi ha bisogno di una parola in più. Conoscono il nome di tutti, anche di quelli che noi docenti non ricordiamo alla seconda settimana. Il collegio può discutere un’ora su una virgola del regolamento, loro hanno già risolto tre emergenze prima del primo suono della campanella.
Esagero a chiamarle madri? Non credo. Una madre non è soltanto chi mette al mondo, è chi tiene in vita, e loro generano ottimismo e senso di appartenenza. Sono un porto sicuro dove approdare quando le acque si agitano, che sia un brutto voto, un litigio, una mattina storta. Come i portieri dei palazzi, semplici e umili nel loro lavoro, senza i quali il condominio andrebbe a rotoli. Intanto si spendono fortune in ambienti di apprendimento innovativi e si dimentica lo strumento educativo più efficace, un sorriso alle 7:45 del mattino.
Per onestà va detto che esiste anche un’altra specie, i collaboratori vagabondi. Si incontrano ovunque tranne che al loro posto. In corridoio, davanti alla macchinetta del caffè, immersi in una conversazione su WhatsApp, mentre un corridoio resta senza sorveglianza e un ragazzo cerca disperatamente un rotolo di carta igienica per i suoi bisogni. Sono una minoranza, ma rumorosa, e ci ricordano per contrasto quanto valga chi la soglia non la lascia mai.
Il salmista lo aveva capito prima di noi. Preferiva «stare sulla soglia della casa del mio Dio» piuttosto che abitare altrove (Sal 84,11). Non chiedeva la stanza migliore, gli bastava la porta, perché chi sta sulla porta sa chi entra, chi esce e chi ha bisogno di essere accolto.
Penso a loro quando ascolto Bridge over Troubled Water di Simon & Garfunkel, uscita come singolo nel gennaio 1970 e titolo dell’album dello stesso anno. L’ha scritta Paul Simon, la canta Art Garfunkel su un pianoforte. Un brano dal sapore gospel, e promette un ponte a chi attraversa acque agitate. Le collaboratrici lo costruiscono ogni mattina senza promesse e senza applausi, con una porta aperta e un nome ricordato.
I docenti vanno e vengono, i dirigenti cambiano, le riforme si susseguono. Loro restano sulla soglia. Chi entra lo sa, anche se non lo dice.