Il venerdì, dalle 11 alle 12, ho un’ora libera da scuola. Prendo servizio alle 7:45 e finisco alle 13:00. Godo di un’ora di libertà vigilata. Quel giorno l’ho divisa tra le pratiche per il rinnovo della patente, un caffè al bar e una sosta in chiesa, a due passi dalla seconda sede dove insegno. Anche la mia prima scuola era attaccata a una parrocchia, nella zona Nord di Roma. A quanto pare abito sempre le scuole che hanno una chiesa accanto.
Davanti al Santissimo ho notato i lavori in ferro dell’edificio. Provengono dall’acciaieria di Taranto, la città ferita dall’industria dove ho lasciato un pezzo di vita. Per circa 6 anni, tra il 1994 e il 2000, ho frequentato una casa religiosa nel quartiere Tamburi, quello più vicino all’ex Ilva. Dal terrazzo vedevo le sue enormi canne fumarie. Uno spettacolo spettrale. La casa fu poi venduta. Il ferro di quella città ha fatto un viaggio più lungo del mio e mi è venuto incontro in una chiesa romana, in un’ora che non avevo previsto da dedicare alla preghiera.
Ho recitato il Benedictus, come mi aveva consigliato il mio confessore, e ho parlato con il Signore a tu per tu, senza testimoni e senza registro di classe. In un solo attimo ho visto il filo rosso che collega ogni mia vicenda al Signore. Ho visto davanti a quell’altare, e sugli altari del mondo, Lui che mi ha apparecchiato la vita. Mi ha indicato la strada, l’ha tracciata, mi ha protetto, rialzato, sostenuto. Perdonato. Poi nella prima antifona dei vespri ho ritrovato la stessa verità, detta con parole più belle e antiche delle mie: «Signore, hai liberato l’anima mia dalla morte, il mio piede dalla caduta».
Nel mio destino c’è la scuola, e non è un caso. La mia vita nuova è cominciata con la scuola, quando iniziai dieci anni fa a lavorare presso un ufficio scuola diocesano. Oggi ci sono dentro con tutte le scarpe, tra campanelle, ragazzi e consigli di classe. Scuola, ragazzi, destino. Chi mi conosce sa che non avrei scelto questa sequenza, e che proprio per questo mi sembra scritta da un altro.
C’è un film che racconta questa stessa vertigine, ed è Diario di un curato di campagna (Journal d’un curé de campagne) di Robert Bresson, uscito in Francia nel 1951 e tratto dal romanzo di Georges Bernanos. Un giovane prete di provincia, malato e deriso, è convinto di aver fallito con la sua parrocchia. Quando il giovane curato si rende conto di essere in fin di vita a causa del tumore allo stomaco, chiede all’ex amico Dufréty di assisterlo spiritualmente. Dufréty, non essendo più un sacerdote, non può confessarlo, dargli l’Eucarestia né amministrargli l’unzione degli infermi.
Davanti al rammarico per l’unzione mancata, il curato risponde «Qu’est-ce que ça fait? Tout est grâce». Che importa, tutto è grazia.
Non è la frase di chi ha vinto. È la frase di chi ha perso tutto e scopre di non essere stato lasciato solo nemmeno un giorno. Bresson la fa sentire come un sussurro, senza musica e senza consolazioni a buon mercato. La grazia non arriva perché le cose sono andate meglio del previsto. Arriva dentro le cose così come sono andate, con le loro cadute.
Alla quinta ora mi aspetta una classe che ancora non sa niente del ferro di Taranto, di altari, di Bresson e di antifone. Suonerà la campanella, entrerò con lo stesso passo di sempre e farò l’appello. Forse sarà il modo più semplice di ripetere, come una litania, ciò che ho ascoltato in chiesa, e cioè che da tutta la vita Qualcuno mi tiene in piedi.