«Indirizza il giovane sulla via da seguire; neppure da vecchio se ne allontanerà». Lo leggo tra le pagine del libro dei Proverbi (22,6). Se fossi padre, avrei paura di dare un indirizzo scolastico ai miei figli. Lo dico da insegnante, perché la scuola pubblica la vedo da dentro ogni giorno. Dovrei scegliere dove mandarli e la scelta mi toglierebbe il sonno. Statale o privata? Mi indebiterei fino al collo per una retta? Lo scrivo subito, non tutte le private sono “diplomifici”. Ce ne sono di serie, con docenti preparati e un progetto educativo vero, accessibili. E non tutte le scuole statali sono un disastro, ce ne sono di ottime, ma nessun genitore sa quale tocca ai suoi.
La Costituzione parla chiaro. L’articolo 34 dice che la scuola è aperta a tutti, e l’articolo 33 permette a enti e privati di aprire scuole senza oneri per lo Stato. Il diritto all’istruzione dovrebbe essere garantito dalla scuola pubblica, mentre la privata è una libertà che si paga. Sulla carta tutto torna. Nella vita, se un padre deve indebitarsi per assicurare ai figli un’aula migliore, vuol dire che quel diritto, in certi posti, non sta mantenendo la promessa. Don Milani e i ragazzi di Barbiana lo scrissero nella Lettera a una professoressa (1967), «Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali», e chi vuole capire fino in fondo quella frase deve leggere il libro intero.
Io, se fosse necessario, aprirei un mutuo. Mangerei con mia moglie pane e cipolla per il resto dei giorni, pur di garantire ai miei figli la migliore educazione possibile, non solo l’istruzione. Perché una scuola che istruisce senza educare consegna ragazzi preparati e bruti, e una che educa senza istruire li lascia buoni e disarmati. Servono tutte e due, e un padre lo sa.
Prima di firmare qualsiasi cosa, però, entrerei nella scuola e guarderei in faccia chi insegna. Un edificio ben tenuto non educa nessuno. Nel film I ragazzi del coro (Barratier, 2004) l’istituto è povero e malridotto, eppure un sorvegliante cambia la vita a un gruppo di ragazzi dati per persi. Educa la persona, un sorvegliante, non la retta.
E qui sta la mia paura più grande. Se in una scuola pubblica nessuno guarda la resa di chi insegna, e nessuno chiede conto di ciò che accade nelle ore perdute, a pagarla sono i figli di chi non può permettersi altro. I miei li potrei forse salvare con un mutuo. Gli altri no. Resta la domanda, e vale per tutti. Se per educare bene un figlio serve un mutuo, che ne è del diritto di chi non può accenderlo?