Un altro giorno, un’altra classe, e questa volta la domanda arriva come una raffica di proiettili in pieno petto: “Prof, ma la Chiesa non pensa solo ai soldi?” E poi: la Chiesa ha troppo potere, ha troppi soldi, i preti pensano al denaro, uno che si faceva la macchina nuova, un altro che faceva la bella vita. Sono domande e osservazioni dette senza troppi giri, e io non faccio finta di niente. Dico ai ragazzi la verità, che è scomoda. Una parte di quello che dicono è vera. Esistono preti avidi di denaro, e l’uso malsano dei soldi nella Chiesa è una ferita reale, che fa male anzitutto a chi crede. Non gli do torto, e non li invito a chiudere gli occhi. Poi racconto un fatto personale.
Avevo appena finito il seminario, e i superiori mi consegnarono un’auto per i miei spostamenti. Era una vecchia Fiat Punto, usata per anni da un prete allergico al sapone e accanito fumatore. La portai dalla Puglia in Calabria, perché mio padre, che faceva il meccanico, la sistemasse. Viaggiai sotto gli 80 km/h perché c’era un chiodo conficcato in una ruota.
Quando la vide, montò su tutte le furie e mi urlò addosso. Quell’auto era un catorcio. Nella sua officina si servivano diversi sacerdoti della diocesi, e alcuni avevano automobili potenti, con gli interni in radica di noce, lussuosi. Per lui, vista l’auto in possesso, ero un miserabile, costretto a una vita di stenti e di povertà. Così misurava il mio tenore di vita, da una Fiat Uno rossa, come dargli torto.
Lasciai l’auto due giorni al lavaggio, e riuscirono a disinfettarla e a ripulirla. Poi ci pensò un operaio dell’officina, perché mio padre si rifiutò, indignato. Aveva ragione ancora una volta.
Da quell’episodio ho imparato una distinzione che oggi spiego ai ragazzi. Un conto è vivere da poveri, un conto è la miseria. La povertà è una scelta. Si sceglie di avere poco per essere liberi, per non dipendere dalle cose, dal denaro e dal prestigio, e per restare vicini a chi ha ancora meno. Una povertà così può essere dignitosa e serena, e a volte è perfino allegra. La miseria invece si subisce, com nel caso della Fiat Uno affidatami. Umilia, toglie la dignità, ti fa sentire di non valere niente. Non ha nulla di bello, e nessuno dovrebbe scegliere di viverla né condannarci qualcun altro.
Ed è qui che vorrei parlare a quella chiesa particolare, una famiglia religiosa che preferisco non nominare e di cui non faccio più parte. Una Chiesa che funziona pratica la povertà e lo fa servendosi dei beni a disposizione perché nessuno sia costretto alla miseria. Non ha bisogno di sfarzo, ma nemmeno di catorci su cui nessuno vorrebbe salire. Ha bisogno di coerenza. Ai ragazzi aggiungo che quella è una parte di verità, e come tutte le mezze verità rischia di nascondere il resto. Il resto è il tanto bene che fanno sacerdoti, frati e suore, quasi sempre in silenzio, a vantaggio degli ultimi.
Penso alla mensa dei poveri dei frati minori francescani, nel quartiere più povero di Cosenza. Ci portavo dei volontari, che raccoglievano il cibo necessario e lo cucinavano per trecento poveri, se non di più. Non c’erano telecamere e nessuno scriveva articoli, c’erano pentole grandi e file ordinate di gente che aveva fame. Da quei frati ho ricevuto la prima educazione, quando ero giovane e muovevo i primi passi nella fede e nella Chiesa. Mi hanno insegnato il servizio.
Lì ho visto anche una cosa che non dimentico. Un mio parrocchiano, piuttosto lontano dalla chiesa, si è appassionato alla mensa dei poveri. Da quel momento, negli anni, è rimasto fedele al servizio, occupandosi di tutto. È un esempio da seguire. Penso anche alle suore di Madre Teresa di Calcutta, che ho incontrato nelle città dove ho vissuto, a Bari e a Roma. Anche lì le loro giornate sono fatte di attività a vantaggio degli ultimi e degli esclusi, con la stessa discrezione. Notizie così non fanno rumore, e per questo non arrivano sui telefoni dei ragazzi. Il rumore lo fa chi sbaglia, ed è giusto che se ne parli. Non è giusto, però, che il rumore copra tutto il resto.
Non chiedo ai ragazzi di cambiare idea. Chiedo di tenere insieme le due cose, il male che c’è e il bene che c’è, e di guardare ai fatti prima che ai luoghi comuni. Se un giorno incontreranno un prete avido, sapranno riconoscerlo. Se ne incontreranno uno che ha dato tutto, sapranno riconoscere anche quello.
Alla fine dell’ora, di solito, qualcuno si ferma e mi dice sottovoce una cosa che in classe non aveva voluto dire. È lì che capisco che la domanda, in fondo, non era contro qualcuno. Era un modo di chiedere se di una persona, e di una Chiesa, ci si può ancora fidare.