Zaini contro il muro, sul banco solo il foglio e la penna. Come alla maturità, ed è giusto allenarli così. La verifica sull’Orlando Furioso è appena finita e, quando entro in classe, tutti si aprono allo sfogo. È andata così e così, il solito bollettino di morti e feriti sul campo.
Poi arriva la parte curiosa. Nel rugby c’è il terzo tempo, quando chi si è dato battaglia si siede al tavolo di un pub e rivive la partita, davanti a birre spillate. I ragazzi fanno lo stesso. Discutono le risposte che non hanno dato, aprono l’antologia, rileggono le ottave e coprono di insulti Ludovico Ariosto, i cavalieri, le donne guerriere, la trama che si perde. Non si accorgono che l’opera è rimasta al centro dell’aula e ci resta anche in ricreazione, senza un voto in palio.
Ariosto avrebbe sorriso. Il suo poema racconta un uomo uscito di senno per amore, e Astolfo vola fino alla Luna per recuperare in un’ampolla il giudizio perduto di Orlando. Qui c’è una classe che si accalora per quei versi, e se non è follia sana non so come chiamarla. Nel 1970 Italo Calvino lo raccontò di nuovo per restituirlo a chi lo aveva lasciato dentro i libri di scuola. I ragazzi, senza saperlo, hanno fatto altrettanto con le loro proteste.
Se insegnassi un’altra materia, farei così. Primo tempo, la verifica. Secondo tempo, l’interrogazione. Terzo tempo, via libera allo sfogo, con tutti gli epiteti del caso per lo scienziato, il matematico, il sociologo di turno. Chi insulta un autore sta già frequentando la sua opera, e il vero nemico di chi insegna è l’indifferenza. Quando i ragazzi insultano un poema, vuol dire che lo stanno leggendo.