Partecipo a molti incontri sull’educazione. Si sale su un palco, si prende il microfono, si pronuncia la parola «emergenza» con l’aria di chi la porta in spalla da anni. Poi, con il tesserino appeso al collo, si aspetta l’applauso. A volte, guardando la sala, ho l’impressione che noi educatori soffriamo di un bisogno estremo di sentirci utili alla causa. Come se reggessimo il cielo sulle spalle e bastasse un nostro passo falso perché venga giù.
Non lo dico per fare il guastafeste, e nemmeno per tirarmi fuori. Ci sono dentro anch’io, con la mia dose di vanità. Ma sarà che la vita, a un certo punto, mi ha tolto tutto, e che nel frattempo ho imparato a stare al mio posto, con i piedi piantati a terra. Dal cocuzzolo del niente in cui sei mister Nessuno, le grandi cause si combattono con il sudore della fronte, lavorando. Ore di lezione, registri, corridoi, una classe da salutare alle 8 del lunedì mattina. Niente di epico, e forse è un bene.
Poi ci sono gli insegnanti che parlano di scuola sui social, con video, dirette e pensierini quotidiani su come si educa, come si valuta, come si salva una generazione. Mi chiedo, con sincera curiosità, dove trovino il tempo. Chi monta quei video, chi li sottotitola, chi sceglie l’ora giusta per pubblicarli? Avranno un social media manager, o un figlio smanettone che dà una mano? Non lo so e non accuso nessuno. So soltanto che le mie giornate, tra lezioni, incontri e consigli di classe, non hanno quel margine. E vorrei capire perché si appare, prima ancora di capire che cosa si ha da dire.
Vale anche per me, e la domanda più scomoda è questa: perché scrivo di scuola? La risposta onesta è che scrivo per non dimenticare quello che mi accade. Una verifica strappata, un silenzio che dura un secondo di troppo, una frase detta da un ragazzo a metà tra una battuta e una confessione. Nel giro di una settimana si dissolve tutto, e il blog è il mio registro personale, la memoria di ciò che altrimenti sfuggirebbe. Se a qualcuno serve, meglio. Ma non lo scrivo per salvare la scuola, né per farmi vedere mentre la salvo. Fare memoria, per me sacerdote, vuol dire ringraziare.
Un maestro spirituale mi ha insegnato una cosa che non ho più dimenticato. Siamo necessari, ma non indispensabili. Necessari, perché ciascuno occupa un posto che nessun altro può occupare al suo posto. Non indispensabili, perché la scuola e i ragazzi andranno avanti anche senza di noi. Sono due verità che ci tengono in equilibrio, e quando se ne perde una si finisce o nella pigrizia o nella presunzione.
Basterebbe fare bene quello per cui siamo pagati, con competenza e puntualità. Senza trasformare ogni lezione in un’epopea e ogni studente in un campo di battaglia per la nostra autostima. E sapere che i ragazzi hanno sempre qualcosa in più da dimostrare, e che spesso lo dimostrano fuori dalle aule, dove nessuno li valuta e nessuno li osserva. Dove cioè noi non arriviamo, e dove non è detto che debbano arrivare i nostri progetti.
The Weight, la canzone dei The Band contenuta nell’album “Music from Big Pink” (Capitol, 1968), tutti la ricordano per un peso che passa di mano in mano. Robbie Robertson, che la scrisse, ha sempre negato un sottotesto religioso, quindi la prendo soltanto come immagine. Un peso (o una croce) che non schiaccia nessuno. Nessuno lo porta tutto, e nessuno deve sopportarlo da solo, specie il peso del mondo, degli studenti, nostra croce e delizia.
Non per questo sono tranquillo. Sono preoccupato per il futuro, per ragazzi troppo fragili, che si spezzano davanti a un voto, a una parola, a un silenzio. Li guardo e a volte la paura mi stringe. Ma tra la preoccupazione e la disperazione passa un confine, e quel confine si chiama speranza. Che cristiano sarei se non dovessi sperare?