Da qualche settimana chiedo ai ragazzi, classe per classe, che cosa ascoltano. Volevo capire da dove partire per un laboratorio musicale a scuola. Si sceglie una canzone, si legge il testo, lo si smonta frase per frase e ci si domanda che cosa dice, a chi lo dice e perché. Un laboratorio, insomma, che si regge sul significato delle parole. Ed è qui che la faccenda si complica, perché oggi, nella gran parte dei casi, quei testi non hanno significato.
Lo scrivo senza giri di parole, concedendo subito l’eccezione che c’è sempre. Qualche brano ha ancora una ferita vera da mostrare, e anche una frase maldestra può custodire una domanda autentica. Ma sono eccezioni, e un laboratorio non si costruisce sulle eccezioni. Per il resto trovo canzoni di due minuti con il ritornello nei primi quindici secondi, voci falsate con l’Auto-Tune (correttore d’intonazione), basi che sembrano sempre la stessa base con un nome diverso. E sopra, parole accostate per il suono più che per il senso, immagini di soldi, vestiti e ex che si spengono dopo il secondo verso. Come si fa un’analisi del testo quando il testo non pretende nemmeno di dire qualcosa? Sarebbe come un corso di cucina senza ingredienti.
Lo so, suona come il lamento del vecchio che ripete «ai miei tempi». Ma il sociologo Pierre Bourdieu ci ricorda che il gusto non è mai innocente. Nel saggio La distinzione. Critica sociale del gusto (edizione originale francese del 1979) sostiene che ciò che ascoltiamo, mangiamo e guardiamo ci colloca in un gruppo e ci separa da altri. Quando dico «questa musica è brutta» non descrivo soltanto un brano, dichiaro anche chi sono, che cosa ho studiato e a quale cerchia appartengo. Nella traduzione inglese la frase suona così, «Taste classifies, and it classifies the classifier», e cioè il gusto classifica, e classifica anche chi classifica. Mentre bocciavo i loro ascolti, stavo dunque classificando me stesso, tra gli adulti spocchiosi con la collezione di vinili e la pretesa di avere orecchio. Chi giudica si espone al giudizio.
Nel 1985 i Dire Straits ne avevano fatto un brano, Money for Nothing, dall’album “Brothers in Arms”, in cui un operaio guarda MTV lamentandosi della fatica del proprio lavoro manuale rispetto ai guadagni facili dei musicisti. E li liquida con aria da esperto. Ogni generazione adulta ha il suo operaio con l’opinione pronta, e io non voglio fare quella parte.
C’è però un precedente che ribalta la questione. Nel 1967 John Lennon ricevette una lettera da un studente che frequentava la sua stessa vecchia scuola, la Quarry Bank High School di Liverpoool, in cui si raccontava che l’insegnante di inglese faceva analizzare ai ragazzi i testi dei Beatles. Lennon, divertito, scrisse I Am The Walrus apposta con le parole più confuse che gli venissero in mente per far scervellare chi le ascoltasse. Il brano fu pubblicato come retro del singolo Hello, Goodbye e inclusa anche nell’album “Magical Mystery Tour”.
Quel brano era un dispetto e ne venne fuori un capolavoro, una trappola tesa da Lennon al professore d’inglese che cercava il senso a ogni costo. Il nonsense, allora, era un gesto d’autore. Oggi nessuno tende più trappole e il vuoto lessicale è la norma.
Il guaio, per un laboratorio di ascolto, è dunque duplice. Per smontare un testo bisogna che qualcuno lo abbia costruito, e per ascoltare una canzone fino in fondo bisogna che valga la pena arrivarci. Se la forma stessa del brano dice che nessuno resterà per il secondo ritornello, nemmeno potrò chiedere ai ragazzi di restare.
Non mi arrendo. Comincerò dalle loro canzoni, anche da quelle che non sopporto, perché senza un punto di partenza condiviso non c’è nemmeno un viaggio. Poi metteremo accanto un brano che ha qualcosa da dire e uno che finge di averlo, e chiederò alla classe di riconoscerli. Sarà la prima lezione, e forse l’unica che conterà.