GIORNO 34

Prima ora, una quarta classe. Entro in aula e sulla lavagna trovo gli appunti di una lezione sull’Illuminismo e su Cesare Beccaria. La tortura non è mai stata un deterrente. Non è l’intensità della pena a far paura, ma la sua durata. Più sotto, il contrappasso di Dante. Poi una riga che mi ferma: la Chiesa permette la pena di morte.

I ragazzi mi dicono che della lezione non ricordano granché. Ma la riga è lì, scritta con la stessa calma delle altre, ed è il genere di frase che si copia sul quaderno senza controllare.

Io, da insegnante, controllo. Comincio da Beccaria, che nel 1764 pubblica “Dei delitti e delle pene” sostenendo che la pena di morte non è né utile né necessaria. Il libro ebbe un successo enorme in tutta Europa, e nel 1766 finì ne L’indice dei libri proibiti, l’elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa Cattolica. Sono fatti, e i ragazzi li conoscono bene o male dal manuale.

Quello che il manuale scolastico non dice, di solito, è cosa ne pensi la Chiesa oggi. Per questo ho riletto il discorso che Papa Francesco pronunciò l’11 ottobre 2017, per i venticinque anni della Costituzione apostolica Fidei depositum, con cui san Giovanni Paolo II promulgò il Catechismo della Chiesa Cattolica.

In quel discorso il Papa dice che il tema della pena di morte merita nel Catechismo uno spazio più adeguato. Parla di un progresso della dottrina ad opera degli ultimi Pontefici e di una mutata consapevolezza del popolo cristiano. Afferma con forza che la condanna a morte è una misura disumana, contraria al Vangelo, perché sopprime volontariamente una vita che è sempre sacra agli occhi del Creatore. Ricorda che nemmeno l’omicida perde la sua dignità personale, e che a nessuno si può togliere la possibilità di un riscatto. Dice di non vedere alcuna contraddizione con l’insegnamento del passato, e conclude che è necessario ribadire che la pena di morte «è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», per quanto grave sia il reato.

L’anno dopo, nel 2018, il n. 2267 del Catechismo è stato riformulato in questa direzione.

Così, dentro una sola ora di lezione, ci stanno un libro del 1764, un’edizione dell’Indice del 1766 e un discorso del 2017. Domani riprendo la lezione con la quarta e porto i tre testi sul banco. La riga sulla lavagna ci è servita, perché senza di lei non li avremmo letti insieme.

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