Ho rovinato l’umore a una classe intera, e l’ho fatto di proposito. Alla fine del video qualcuno ha detto che era deprimente. Ho risposto «Esatto», perché era l’effetto che volevo.
Ci ero arrivato per una strada indiretta. La settimana prima, durante una lezione, una studentessa aveva avuto una crisi di panico. Una compagna si è fatta carico di lei con una compassione che nessuno le aveva chiesto, come il samaritano della parabola evangelica, che passando accanto a un uomo ferito lo vide e ne provò compassione (Luca 10,33). Vide, prima di tutto. Il resto della classe aveva gli occhi aperti e non vedeva. Non c’era cattiveria, c’era qualcosa di peggio, una rassegnazione imparata presto, quella di chi crede che certe cose non lo riguardino.
L’insegnante di sostegno, quel giorno, non c’era. Nessuna colpa, naturalmente. Il contratto nazionale fissa per i docenti della scuola secondaria diciotto ore settimanali di insegnamento, distribuite su almeno cinque giornate, e l’orario è quello, non un minuto di più. Il sostegno ha un orario di servizio; il panico no. Quando l’orario finisce, in aula restano soltanto i ragazzi con le loro difficoltà.
Sette giorni dopo ho portato ai ragazzi “Starburster” dei Fontaines D.C., primo singolo dell’album “Romance” (XL Recordings, 2024). Il cantante, Grian Chatten, l’ha scritta partendo da un attacco di panico avuto in una stazione di Londra, e ha lasciato nella registrazione i respiri a scatti, quelli di chi non riesce a riempire i polmoni. Non c’è un ritornello da cantare in coro. C’è un corpo che cede e si nasconde dietro mille maschere per non mostrarsi fragile, con un ritmo che incalza e una voce che sembra cercare aria in mezzo alle parole.
Ho detto ai ragazzi soltanto che avrebbero visto un video. Nessun commento, nessuna premessa pedagogica. Quando è finito, il verdetto è arrivato puntuale. Deprimente. Aveva ragione chi l’ha detto, perché una canzone così non è fatta per piacere, è fatta per mettere addosso, per qualche minuto, quello che prova chi vive un attacco di panico. E questo, mi è sembrato, valeva più di qualunque spiegazione.
Non pretendo che un video renda empatici. Ma l’indifferenza si regge sull’idea che l’altro stia male non per colpa sua, confinato in un modo lontano, astratto e inaccessibile. Bastano pochi minuti di fastidio per incrinare questa certezza. Il contratto regola il tempo di chi ci assiste. La compassione non ha orari, e una compagna di classe l’aveva capito prima di tutti.