GIORNO 5

Tre anni in un istituto tecnico, in classi quasi interamente maschili, insegnano un codice di sopravvivenza preciso. Il rapporto si gioca in modo diretto e rude. La confidenza passa per lo scontro di battute, il rispetto va guadagnato sul campo e il linguaggio è spigoloso, scurrile, a volte violento, da branco.

Poi cambi scuola, entri in un liceo e il quadro si capovolge. La presenza femminile diventa maggioritaria e le dinamiche quotidiane cambiano registro. Sui banchi vedi borselli leopardati, trucchi di ogni specie, spazzole per capelli e profumi spruzzati con generosità. Sulla cattedra ritrovo cuoricini disegnati su piccoli post-it; a fine ora sento frasi come “so cute” (così carino); nei corridoi c’è chi mi insegue per salutarmi o per scambiare una parola prima della campanella.

Devo orientarmi in una geografia affettiva diversa, dove la tentazione di smussare i contorni del mio ruolo di docente è dietro l’angolo. Come stare nel mezzo? Custodendo la misura. Schopenhauer raccontava di porcospini che d’inverno si stringono per scaldarsi e si pungono a vicenda, finché trovano la distanza giusta tra il freddo e le spine.

In classe vale la stessa regola.

Il professore deve restare tale, senza trasformarsi in un amico, in un coetaneo o in un complice. C’è una distanza formale che non va azzerata, perché i ragazzi cercano un adulto solido a cui agganciarsi, più che un altro pari con cui confondersi.

Eppure, dietro quell’esuberanza c’è un’esigenza autentica. Rispondere a questa fame di affetto e di essere visti vuol dire accogliere ciò che sta dietro la smanceria, senza assecondarla ogni volta; è un’occasione di incontro vero.

In questo spazio ben custodito c’è una reciprocità. Guardarli, con la giusta distanza e senza maschere, mi salva dall’incostanza e dal cinismo, vizi di chi insegna. E il restare al mio posto offre agli studenti e alle studentesse la certezza di essere riconosciuti per quello che sono. Un legame che salva entrambi proprio perché nessuno esce dal proprio ruolo; è una relazione tra docente e discente che apre alla vita.


«Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro guaio; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, nella quale potevano stare nel modo migliore.»

(Arthur Schopenhauer, “Parerga e paralipomena”, 1851)

error: Il contenuto è protetto da copyright. Tutti i diritti riservati.