IL TUNNEL DEI FONTAINES D.C.

“Dopamine Chamber” divide, e forse è giusto così. Il quinto album dei Fontaines D.C. è uscito il 16 ottobre per XL Recordings, prodotto da James Ford, già Arctic Monkeys, Blur, Florence and the Machine, Depeche Mode e Pulp. Prosegue la strada di “Romance”, spingendosi oltre con sintetizzatori e brani quasi senza chitarre. La band ha cambiato pelle, levigandola. Chi amava il post punk di “Dogrel” o gli spigoli di “Skinty Fia” e “Romance” può sentirsi tradito, e la critica si è spaccata tra le recensioni entusiaste di NME e chi, come la rivista on line The Line of Best Fit, parla di un gruppo disorientato.

Il paragone più onesto è con “Violator” dei Depeche Mode e “Disintegration” dei Cure, dischi che aprirono le band al grande pubblico senza smettere di essere oscuri. A chi non conosce i Fontaines consiglierei di partire da qui. “Dopamine Chamber” è un lavoro accessibile che non cerca il compiacimento delle masse. Però dopo ripetuti ascolti, l’effetto “chewing gum” è dietro l’angolo. Potrebbe annoiare i fan più esigenti, quelli della prima ora, diventando un album “usa e getta”, di facile consumo.

All’ascolto sento delle ombre. I Kraftwerk di Düsseldorf nella freddezza dei sintetizzatori e nella marcia ritmata dei tamburi. I Joy Division, nel basso cupo e nel modo di cantare il vuoto con una voce quasi spenta. I New Order e i Future Islands, nel pathos sintetico di chi cerca il sentimento anche quando tutto intorno è artificiale. E Nick Drake e Johnny Cash nel timbro vocale di Chatten.

I Fontaines nascono soprattutto dalla poesia. Si sono conosciuti scambiandosi versi e hanno pubblicato due raccolte, Vroom, ispirata ai poeti beat, e Winding, ispirata a Joyce, Yeats e Kavanagh. Il frontman Grian Chatten dice di amare Yeats, Keats e Joyce, ma rifiuta paragoni diretti. Le tracce di queste letture sono nei titoli. “Dogrel” viene dal doggerel, la poesia popolare irlandese che la band descrive come povera e operaia. “A Hero’s Death” nasce, ha spiegato Chatten, da una battuta di un dramma di Brendan Behan. In “Skinty Fia” la canzone Bloomsday ripercorre i passi dei personaggi de “L’Ulisse” di Joyce per salutare Dublino, e Horseness Is the Whatness, da “Romance”, prende il titolo da una frase dello stesso romanzo.

Con “Dopamine Chamber” lo sguardo si allarga. A Vienna Chatten ha letto “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler, da cui Kubrick trasse il film “Eyes Wide Shut”. Marianne nasce dalla serie tratta da “Il talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith. Il bassista Conor Deegan paragona Where Is Gone? alla madeleine di Proust, il dolce che nella “Ricerca del tempo perduto” riporta in vita ricordi involontari.

Il titolo del nuovo album parla di dopamina, il neurotrasmettitore della ricompensa. Chatten dice che è piuttosto grottesco poter auto-prescriversi dopamina attraverso il telefono, e che l’album è esso stesso una camera della dopamina. Il rischio è che diventi un sottofondo, e un disco ascoltato così perde interesse. Happy For You, cronaca sarcastica di una rottura, è diventato un brano sulla morte e sul modo di accettarla. Il manager Trevor Dietz, che seguiva la band da dieci anni, è morto a giugno a 47 anni. One Man contiene il verso che dà il titolo al progetto.

C’è anche una eco musicale. Marianne ricorda nel nome Marian dei Sisters of Mercy, brano del 1985 in cui un uomo che annega grida a una donna di salvarlo dalla tomba. Nei Fontaines la scena si capovolge, perché la voce che chiama dall’altra riva è quella che offre di aiutarti a sparire. Nel 1985 si invocava una salvezza, oggi si propone una fuga.

E c’è un’influenza della cultura italiana nel disco. I testi sono nati in un viaggio tra Vienna e Venezia, scritti dentro chiese affrescate, mentre Chatten ascoltava Mina. Ha scoperto Se telefonando in un negozio di dischi di Barrow-in-Furness, la sua città natale, e ha detto a Rolling Stone che è l’ultima canzone che vorrebbe ascoltare prima di morire. Il duetto con Rosalía, Where Is Gone?, funziona fino a un certo punto. È un pasticcio barocco che rischia di scivolare nel kitsch.

Seguendo i Fontaines fin dagli esordi ci siamo infilati in un tunnel. E ora, in fondo al cunicolo, filtra un barlume di luce, nonostante Chatten dica di aver voluto lasciare fuori dal disco la speranza. E qui gli ascoltatori si dividono. Alcuni restano nel buio che hanno imparato a conoscere con i Fontaines e lo arredano, come dice Roberto «Freak» Antoni, il cantante degli Skiantos, in una frase parlata del brano Senza vergogna: “Chi non esce dal tunnel se lo arreda”. Altri scelgono di seguire la band verso l’ignoto. La scelta appartiene a chi ascolta e non a chi scrive. Dante dall’inferno uscì a riveder le stelle, e forse l’invito è questo: non accontentarsi di arredare l’oscurità, ma di attraversarla, sicuri di uscirne indenni.

error: Il contenuto è protetto da copyright. Tutti i diritti riservati.