L’anima secondo Peter Gabriel

Nel panorama della musica contemporanea alcune figure superano i confini dell’intrattenimento per interpretare i mutamenti culturali del nostro tempo e prepararci alla sfide del presente. Peter Gabriel appartiene a questo ristretto gruppo di autori. La chiave per comprendere il suo percorso sta nel costante bisogno di uscire da sé stesso e mettersi nei panni degli altri. Lo dimostrano i due album di cover pubblicati tra il 2010 e il 2013, “Scratch My Back” e “And I’ll Scratch Yours”. In quei dischi Gabriel ha scelto di confrontarsi con altri musicisti, interpretando le loro canzoni e invitandoli a fare lo stesso con le sue. Soltanto David Bowie rifiutò di ricambiare. Questa disposizione nasce da lontano. Già negli anni Settanta, alla guida dei Genesis, Gabriel ricorreva a maschere teatrali e riferimenti letterari per raccontare, da prospettive diverse, le tante sfumature dell’esperienza umana.

Lo stesso sguardo attraversa i tre dischi che hanno segnato la sua carriera solista. “So”, pubblicato nel 1986, coniugava la ricerca sonora con un grande successo pop internazionale. “Us”, nel 1992, portava invece al centro le difficoltà dei rapporti umani. Con “Up”, nel 2002, l’attenzione si spostava sulla perdita, sul passare del tempo e sul bisogno di spiritualità, temi che si intrecciavano sempre più con il suo impegno civile.

L’uscita dai Genesis aprì una fase di ricerca artistica personale. Un primo risultato fu la nascita del festival Womad, nel 1982. Nel 1989 seguì la fondazione della Real World Records, etichetta discografica creata per dare spazio ad artisti rimasti ai margini dei circuiti commerciali occidentali. In Italia e nel mondo contribuì a far conoscere il quartetto vocale sardo dei Tenores di Bitti. La musica diventava così un luogo di incontro, di ascolto e non uno strumento di omologazione culturale. Nella stessa direzione si collocano il sostegno ad Amnesty International e l’impegno nella promozione di The Elders, l’organizzazione lanciata da Nelson Mandela nel 2007. Il percorso di Gabriel mostra così una costante attenzione alla dignità della persona e alla costruzione della pace.

Questa ricerca prosegue in “i/o”, pubblicato alla fine del 2023 dopo oltre vent’anni dall’ultimo disco di inediti. Riprendendo la convenzione informatica dell’Input/Output, l’album riflette sul rapporto tra l’uomo, la tecnologia e la natura. La canzone Panopticom affronta il tema della sorveglianza globale, mentre Playing for Time propone una meditazione sul passaggio degli anni e sulla memoria. La fragilità del corpo, la malattia e la perdita attraversano So Much, And Still e Love Can Heal, mentre Olive Tree richiama il tema della custodia del creato. Ogni brano è stato pubblicato in diverse versioni sonore, tra cui il “Dark-Side Mix” e il “Bright-Side Mix”, in un gioco di contrasti che richiama la lezione poetica di William Blake, dove luce e ombra convivono senza escludersi.

Su questa linea si inserisce anche il progetto del 2026, “o\i”, concepito come il naturale sviluppo del disco precedente. Il titolo rovescia la sigla di “i/o” e suggerisce un movimento circolare tra ciò che l’uomo riceve e ciò che restituisce.

Anche la pubblicazione segue un ritmo inconsueto: ogni brano viene presentato in occasione della luna piena, creando un legame tra la creazione artistica e i cicli della natura. È una scelta che restituisce valore all’attesa e al tempo dell’ascolto, in controtendenza rispetto all’immediatezza che caratterizza oggi il consumo della musica. A ogni uscita corrisponde un’opera visiva scelta per la copertina, a conferma del dialogo costante tra musica e arti figurative. Il percorso si apre con Been Undone, brano in cui un uomo rilegge la propria storia, pur se drammatica, per affrontare le grandi trasformazioni del presente, comprese quelle legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. La canzone è accompagnata dall’immagine delle corde intrecciate dell’artista Janaina Mello Landini. Seguono canzoni che riflettono sul nostro tempo, dall’informatica quantistica fino al rapporto tra il cervello umano e le macchine. Con I Belong to the Sky, Gabriel torna infine a interrogarsi sulla dimensione spirituale dell’uomo, suggerendo che l’esistenza non si esaurisce nella sola realtà materiale.

Il rapporto tra musica, ricerca spirituale e impegno civile emerge con particolare evidenza nei brani nati dall’esperienza di The Elders, il consiglio di leader globali sostenuto da Gabriel. Pur essendo stati pubblicati in momenti diversi, questi lavori sono legati da una medesima riflessione. Il percorso inizia con Live and Let Live, il brano conclusivo di “i/o”, dedicato al tema del perdono. Richiamando il pensiero di Desmond Tutu e di Martin Luther King, l’artista inglese presenta il perdono non come una forma di resa, ma come una possibilità concreta di interrompere la spirale della violenza attraverso la giustizia riparativa, incentrata sull’idea che nessuna persona sia definita per sempre dal peggior crimine che ha commesso. Una riflessione che prosegue in “o\i”, concepito come un progetto aperto, destinato ad arricchirsi progressivamente con ogni nuova luna piena. Si completerà a fine anno.

In questo contesto si colloca Won’t Stand Down, tra le pubblicazioni più recenti del progetto. Il brano invita a resistere alla violenza e all’oppressione con la forza che caratterizza milioni di madri e la figura femminile, presentata come principio di vita e custode della dignità umana. In questa prospettiva, il perdono introdotto in Live and Let Live trova un pertugio nei conflitti che attraversano la storia.

La complessità della ricerca di Peter Gabriel non sfocia mai nell’intellettualismo. Le sue canzoni conservano una notevole immediatezza comunicativa e, allo stesso tempo, rivelano nuovi significati a ogni ascolto. In questa prospettiva, “o\i” offre anche una possibile chiave di lettura spirituale, che richiama alcuni temi affrontati da Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, “Magnifica Humanitas”. Riflettendo sull’uomo nell’era delle macchine, il Pontefice invita a un uso disarmato dell’intelligenza artificiale e richiama l’attenzione verso chi non ha voce. Sono interrogativi che trovano un’eco anche nel nuovo lavoro di Gabriel, dove la fiducia nelle possibilità della tecnologia si accompagna alla preoccupazione per la tutela della persona e della sua irriducibile dignità.

L’opera di Peter Gabriel continua così a interrogare il presente senza rinunciare alla speranza, le sue canzoni richiamano i valori della responsabilità condivisa e della riconciliazione. È il senso delle parole con cui il musicista ha accompagnato il nuovo progetto, ricordando che il compito degli artisti è guardare nella nebbia e, quando riescono a scorgere qualcosa, restituirne il riflesso al mondo.


Nota a margine: la canzone Signal to noise di Peter Gabriel, inclusa nell’album “Up”, è stata utilizzata come accompagnamento musicale per il trailer del film “Dio ride” di Giovanni Veronesi, nei cinema ad ottobre 2026. Ambientato nel Seicento e liberamente ispirato da fatti realmente accaduti, il film mette al centro la libertà e il rapporto tra l’uomo e il potere attraverso la storia di un frate che, con la forza della sua umanità, cambia la vita delle persone che incontra.

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